LA DIPENDENZA AFFETTIVA: QUANDO AMARE FA MALE

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Stare in relazione è un desiderio condiviso dalla maggior parte delle persone e che ha origini profonde. Ogni bambino ne fa esperienza già nei primissimi attimi di vita e a dirla tutta vive in relazione ancora prima di venire alla luce.

Nelle fasi iniziali dello sviluppo la relazione è addirittura necessaria per la sopravvivenza; possiamo affermare già in base a ciò che una certa dose di dipendenza affettiva sia certamente naturale, e comprendere anche il valore profondo che la relazione assume per ognuno di noi.

Il bisogno di stare in relazione

Negli stadi iniziali di vita, i bambini e la loro mamma vivono in una necessaria situazione di “simbiosi” in cui l’uno dipende dall’altro. Man mano che il bambino cresce inizia a fare esperienza del mondo circostante e a relazionarsi con esso: il bambino impara quindi ad avvicinarsi alla figura di accudimento nel momento del bisogno per poi separarsene e tornare a sé stesso e al proprio mondo interno.

Questo movimento di avvicinamento e separazione è fondamentale per ciascuno per costruire la propria identità come separata e distinta dall’altro.

A seconda delle esperienze che facciamo da bambini, costruiamo le nostre idee riguardo le relazioni e queste orienteranno il nostro modo di porci nel futuro.

Quando la relazione di attaccamento è disturbata, il rischio è che si possa sviluppare l’idea che relazionarsi sia pericoloso o, quando una relazione di attaccamento non favorisce la costruzione di una identità distinta nel bambino, il risultato può essere la convinzione che si possa esistere solo in funzione di qualcun altro.

Le caratteristiche della dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva è una modalità sregolata di stare in relazione che procura sofferenza a chi la sperimenta. Il dipendente affettivo è angosciato dalla solitudine e non riesce a considerare lo stare con sé stesso come un momento di crescita e sviluppo personale.

Le attuali ricerche ci dicono che la dipendenza affettiva è un disagio principalmente femminile e può riguardare qualunque tipo di relazione ma per la sua incidenza clinica, qui ci occuperemo nello specifico di quando questa caratterizza le relazioni intime.

Il dipendente affettivo è una persona che gode di una bassa autostima, costantemente spaventata dall’idea di poter perdere l’amore, di essere abbandonata. Teme la separazione e la solitudine e questo è causa di uno stato generalizzato di ansia, depressione, malinconia, ma anche di rancore e rabbia verso lo stesso partner.

All’interno della relazione queste persone tendono ad assumere atteggiamenti di gelosia e possessività spesso tesi ad agire controllo sull’altro, il tornaconto che si ritrovano a sperimentare è senso di colpa e d’inferiorità nei confronti del partner.

L’ interesse principale di queste persone corrisponde spesso con il proprio compagno e possono arrivare a sperimentare vera e propria ebbrezza nei momenti trascorsi con lui. La relazione sentimentale è vissuta come totalizzante al punto che possono arrivare a far coincidere la loro vita sociale quasi esclusivamente con la relazione di coppia.

La relazione viene vissuta come antidoto alla solitudine e per questo ci si aggrappa all’altro.

La scelta del dipendente affettivo

Tanto quanto i dipendenti affettivi sentono il bisogno di stare in relazione, tanto finiscono con l’essere attratti da persone che invece allo stesso modo la rifuggono.

Questo avviene per diversi motivi: i dipendenti affettivi nutrono l’illusione che l’altro possa dar loro ciò che manca; vedono nell’autonomia dell’altro un ideale da raggiungere e contemporaneamente la sicurezza mostrata dal compagno aiuta il dipendente almeno inizialmente a placare l’ansia e l’angoscia.

Chi instaura relazioni con dipendenti affettivi quindi, è in genere una persona molto autonoma e poco disponibile da un punto di vista emotivo ed è attratto dal dipendente perché visto come dispensatore di ammirazione o semplicemente perché rappresenta qualcuno da poter sottomettere.

Purtroppo il risultato di queste relazioni è il contrario delle aspettative di ognuno dei partecipanti: il dipendente si trova a chiedere cure e attenzioni a chi non è in grado di dare, quest’ultimo è invece spaventato dalla vicinanza e si ritrova accanto qualcuno che risulta invadente e controllante.

La situazione che si presenta è quella in cui entrambi richiedono tanto a chi non è in grado di offrirlo.

Le origini della dipendenza affettiva

L’importanza di una sana relazione di attaccamento

Spesso i dipendenti affettivi cercano da adulti una compensazione dal dolore derivante dal mancato riconoscimento amorevole da parte delle figure genitoriali.

Essi possono aver imparato nella loro esperienza di bambini, a negare i propri bisogni come mezzo per mantenere viva la relazione con l’altro.

Questo può essersi manifestato ad esempio con la tendenza a comportarsi “bene” di modo da compiacere mamma e papà. Compiacere diventa allora il modo di procurasi l’amore dell’altro: “farò tutto quello che vuoi così tu alla fine mi amerai” è spesso la convinzione sottostante.

In alcuni casi i dipendenti affettivi sono stati dei bambini adultizzati che hanno dovuto far fronte a richieste troppo importanti rispetto alla loro età e capacità. Può essere il caso ad esempio dei figli di genitori depressi quando l’altro genitore più o meno consapevolmente delega al bambino la sua funzione di accudimento.

In situazioni simili il bambino sviluppa una ipoattenzione al suo mondo interno a favore di una iperattenzione al mondo esterno: il bambino comincia a non saper più riconoscere i propri bisogni ed esigenze, mentre sviluppa un’attenzione eccessiva verso gli altri. Il risulta

to è una focalizzazione orientata completamente all’altro e un disinvestimento da sé stessi.

Le possibili consenguenze nella vita adulta

Un esempio tipico di queste dinamiche è la relazione che generalmente tende ad instaurare il tossicodipendente o l’alcolista; spesso essi si legano a persone che concentrano tutte le loro energie per “salvare” il compagno ignorando completamente i propri bisogni.

La relazione di coppia in questi casi si organizza intorno al problema con la sostanza e il compagno, vive intorno alle proprie fantasie di poter cambiare l’altro.

In questi vissuti c’è il riproporre delle dinamiche infantili in cui lo sforzo del bambino era rivolto a prendersi cura del genitore malato o del genitore anaffettivo, con l’idea “magica” che alla fine dei propri sforzi egli si sarebbe finalmente visto riconoscere l’amore che meritava.

Allo stesso modo, da adulto, il dipendente affettivo farà di tutto per compiacere il proprio partner rendendosi in

dispensabile, aspettando di ricevere lo stesso amore che gli fu negato da piccolo: l’idea di fondo è che l’amore bisogna guadagnarselo, che sia una merce di scambio.

Quello che sfugge dalla coscienza della personalità dipendente è che di fatto nessuno ha il potere di cambiare l’altro, ma ognuno di noi ha la possibilità di essere agente soltanto dei propri di cambiamenti.

Il lavoro verso l’autonomia

Se la psicoterapia è un processo di scoperta di sé, questo è ancora più vero nel trattamento dei dipendenti affettivi.

Il lavoro con queste persone si focalizza sulla conoscenza e sulla vera e propria sensibilizzazione verso di , esperienza nuova per il dipendente che ha concentrato i suoi sforzi nella cura e nella compiacenza della richieste altrui.

Il dipendente affettivo ha da riconoscere il suo ruolo all’interno dello schema relazionale che vive, rinunciare al suo ruolo da “salvatore” riconoscendo all’altro la responsabilità di essere quello che è.

Ha da fare i conti con la propria fantasia irrealistica di voler cambiare l’altro imparando a guardare al proprio compagno per quello che è e a decidere liberamente e in base alle proprie esigenze qual è il tipo di relazione che intende coltivare.

Imparare a partire da sé stessi e non dagli altri è il grande apprendimento.

Obiettivo finale è quello di imparare a costruire dei confini chiari tra sé e l’altro, iniziare finalmente a percepirsi come un individuo separato e con una identità definita da nutrire costantemente. 

Per fare questo è importante per queste persone scoprire i propri bisogni e lavorare perché questi diventino la loro priorità.

Letture consigliate:

  • Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota, Massimo Borgioni, Alpes Italia 2015;
  • Donne che amano troppo, Robin Norwood, Feltrinelli 2013;
  • La ferita dei non amati, Peter Schellenbaum, Red! Edizioni, 1991 – 2012.

Link utili:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5378292/

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Giovanna Carbone

Psicologa | Psicoterapeuta | Analista Transazionale

Roma

Dott.ssa Giovanna Carbone

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